Archivio dell'autore: Carlotta Cadoni

Informazioni su Carlotta Cadoni

Sono una studiosa e "cercatrice" con una grande passione per la comprensione e l'indagine della psyché umana e delle sue manifestazioni, nata quando avevo 12 anni. Durante il mio percorso accademico ho partecipato a dei progetti di ricerca scientifica nell'ambito della salute mentale sul monitoraggio e la prevenzione della schizofrenia e del disturbo schizotipico di personalità, con la validazione italiana di un test per la valutazione della schizotipia e dell'apatia. I lavori sono stati pubblicati in network di ricerca internazionali e in riviste del settore: IEPA e Psychiatry Research. Sono stata volontaria all'interno del Tribunale per i diritti del malato, Cittadinanazattiva Onlus. Ho svolto un anno di Servizio Civile Nazionale presso il centro d'ascolto Marta e Maria della Caritas diocesana di Iglesias (SU). Ho collaborato con la Caritas italiana in qualità di tutor familiare per stranieri, mi sono occupata di orientamento psico-sociale, supporto e sostegno educativo alle famiglie di immigrati nel territorio comunale. Ho svolto la mia funzione all'interno dell'area della Promozione Umana Integrale presso la Caritas diocesana di Iglesias. Sono stata membro attivo dell'equipe formatori per volontari (in Servizio Civile e non) e operatori. Da ottobre 2018 a ottobre 2019 ho rappresentato la Caritas come referente del comitato tecnico scientifico all'interno del tavolo di lavoro facente capo al progetto regionale "I giardini possibili" per il contrasto delle varie forme di povertà educativa minorile. Ho svolto attività di tirocinio annuale all'interno dell'unità di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza dell'ASSL di Carbonia (ATSSardegna). Mi piace documentarmi e informarmi sui temi più svariati (scienze, medicina, società, arte, letteratura, storia, filosofia). Non amo particolarmente il settorialismo statico di pensiero, prediligo lo scambio libero e costruttivo di opinioni e punti di vista differenti.

APPRENDIMENTO OSSERVATIVO: L’UOMO COME SIMULATORE VIVENTE

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APPRENDIMENTO OSSERVATIVO: L’UOMO COME SIMULATORE VIVENTE

Cos’è l’apprendimento e in cosa consiste?

L’apprendimento, per definizione, rappresenta un processo complesso di modificazione duratura e stabile del comportamento a seguito di esperienze. Esso risulta dalla compenetrazione di motivazione, emozione, memoria, pensiero e comporta indubbi vantaggi evolutivi per l’adattamento dell’individuo all’ambiente in cui vive, inoltre consente di acquisire e modificare conoscenze. Esistono, a grandi linee, due tipologie di apprendimento che riguardano due dimensioni: individuale e sociale. Queste dimensioni sono strettamente connesse tra loro e non solo, esistono e agiscono contemporaneamente nella vita di tutti i giorni, in realtà non c’è alcuna linea di demarcazione tra le due.

Nel presente articolo parleremo di una tipologia specifica di apprendimento, quello osservativo.

Lo psicologo più famoso che si è occupato di apprendimento osservativo è, senza dubbi, Albert Bandura. All’interno della sua impostazione socio-cognitiva, Bandura ha studiato e dimostrato come l’essere umano (e non solo) riesca ad apprendere semplicemente osservando dei modelli per lui significativi. L’essere umano assieme ai primati, è sin da subito un buon osservatore e imitatore, queste abilità sono filogeneticamente adattive, ovvero sono alla base dell’evoluzione e ci hanno permesso di essere esattamente come siamo oggi. Per Bandura ognuno di noi è essenzialmente un SIMULATORE VIVENTE, altamente flessibile e ricettivo che per pensare, agire e muoversi si basa sul principio di SOMIGLIANZA con modelli di riferimento disponibili nel contesto in cu è inserito. L’esperimento più famoso che riportiamo a riguardo non può che essere quello della bambola Bobo (Bobo doll experiment). Lo studio, impostato e condotto nella prima metà degli anni ’60 e successivamente sottoposto a revisioni, dimostrò che i bambini tendono ad imitare ciò che vedono nei loro modelli di riferimento e divenne il fondamento empirico della teoria dell’apprendimento sociale. Questa teoria sostiene che buona parte del patrimonio d’apprendimento umano avviene nel contatto sociale con l’altro. Osservando gli altri si acquisiscono determinate conoscenze, strategie, capacità, convinzioni e comportamenti. In questo modo ogni individuo comprende l’utilità, la convenienza, le conseguenze di diversi comportamenti concentrandosi su determinati modelli e si comporta in base a ciò che crede sia il risultato delle sue azioni. Albert Bandura sosteneva che appendiamo continuamente e questo processo è bidirezionale: noi apprendiamo dall’ambiente e l’ambiente cambia ed è influenzato dalle nostre azioni. All’esperimento presero parte 36 bambini e 36 bambine di un’età compresa tra i 3 e i 5 anni, frequentanti la scuola materna dell’Università di Stanford. I piccoli vennero divisi in 3 gruppi: 24 vennero esposti al modello aggressivo, 24 al modello non aggressivo e i restanti furono assegnati al gruppo di controllo. I gruppi a loro volta venivano divisi per genere, maschi e femmine. I ricercatori si assicurarono che la metà dei bambini fosse esposta alle azioni di adulti dello stesso sesso e l’altra metà di adulti di sesso opposto. Sia nel gruppo aggressivo che in quello non aggressivo ogni bambino osservava individualmente il comportamento di un adulto mentre giocava con la bambola Bobo (una bambola gonfiabile di plastica alta circa un metro e mezzo che recuperava il suo equilibrio dopo averla fatta dondolare). Nello scenario del modello aggressivo l’adulto iniziava a giocare con i giochi della stanza per circa un minuto, dopodiché assumeva un comportamento aggressivo verso la bambola, picchiandola o utilizzando un martello giocattolo per colpirle la faccia. Nello scenario non aggressivo l’adulto giocava semplicemente con la bambola, infine nel gruppo di controllo non avveniva alcuna interazione del modello con gli oggetti. Dopo questa fase primaria dell’esperimento, i bambini dovevano entrare uno ad uno nella stanza con i giochi, dov’era presente anche la bambola Bobo. Furono ripresi con videocamere per registrarne con cura il comportamento dopo aver osservato il modello nella fase precedente. Bandura stabilì che i bambini esposti al modello aggressivo erano quelli più inclini ad agire con azioni lesive fisiche nei confronti di Bobo. Per quanto riguarda la variabile della differenza di genere i risultati confermarono i pronostici iniziali di Bandura secondo cui i bambini erano maggiormente influenzati dai modelli dello stesso genere, inoltre tra i bambini che avevano assistito allo scenario aggressivo il numero di attacchi fisici mostrati furono maggiori tra i maschi rispetto alle femmine; i bambini mostravano più aggressività quando prima osservavano modelli aggressivi maschili, in modo particolare quando questi venivano successivamente premiati dallo sperimentatore (terza fase). Che implicazioni hanno questi risultati? Sicuramente implicazioni a livello sociale ed educativo. Diventa molto importante stare attenti alle condotte che adottiamo soprattutto in contesti familiari ed educativi, poiché questi potrebbero avere un effetto a cascata sui comportamenti di chi ci sta intorno e ci prende come riferimento.

Secondo la prospettiva psicoevoluzionista gli esseri umani e i primati condividono abilità imitative di base, le quali trovano espressione nella capacità di EMULAZIONE. Cosa significa emulare? Significa riprodurre i risultati agiti di un’azione focalizzandosi esclusivamente su questi a scapito dell’osservazione delle modalità di azione scelte. In termini più semplici, emulare significa ripetere “meccanicamente” l’azione manifestata nell’ambiente. Gli scimpanzé, come dimostrato da diversi studi condotti dal 1993 dallo psicologo Michael Tomasello, sono capaci di riprodurre un’azione vista dallo sperimentatore, ad es. scavare in una vaschetta piena di sabbia con un rastrello per ritirare cibi o giochi, esattamente come fanno i bambini di 2 anni.

Vi è però una differenza tra scimmie e umani! Gli esseri umani, man mano che procede lo sviluppo ontogenetico, divengono capaci di forme di imitazione sempre più sofisticate, chiamate “IMITAZIONE DIFFERITA”. In cosa si distingue questa abilità dall’emulazione? Dal fatto che l’imitazione riguarda il tentativo di riprodurre FEDELMENTE l’azione del modello IMMAGINANDOSI LO SCOPO CHE LO GUIDA (Teoria della Mente) e cercando di perseguirlo. Implica cioè la consapevolezza che l’altro è come me, che pensa, ha idee, obiettivi, emozioni ecc… Questa forma imitativa è basata sull’attribuzione di stati mentali a sé e all’altro, e quindi dà luogo a piani di comportamento basati su INTENZIONALITÀ. Oltretutto, l’imitazione differita di un’azione avviene anche quando il modello di riferimento non è fisicamente presente nel qui e ora, perciò viene messa in atto non più “meccanicamente”, ma in tempi, spazi e situazioni differenti.

Nell’ambito delle neuroscienze, a partire dalle teorie del “direct mapping” di Prince e collaboratori, si è dimostrato come ognuno di noi sia un CIRCUITO VIVENTE altamente complesso. Attraverso studi basati su sofisticate tecniche di neuroimaging (PET e FMRi) si è messo in luce come la nostra centralina neurale sia altamente rispondente e specializzata nell’osservazione di un modello e nell’attivazione contemporanea e istantanea di CIRCUITI CEREBRALI VISUO-MOTORI corrispondenti. Ovvero, quando osserviamo un’azione la riproduciamo nell’immediato all’interno delle nostre aree cerebrali visuo-motorie, si attiverebbe subito questo tipo di risposta interna imitativa. In questa SIMULAZIONE MENTALE, che si attiva sia quando siamo noi a compiere una data azione sia quando la stessa è compiuta da un altro, azione e percezione sono strettamente legate sino quasi a confondersi. Le aree cerebrali deputate a ciò, sono state studiate in modo approfondito dal team di Gallese, Rizzolatti e collaboratori. I loro famosi studi hanno portato all’individuazione e definizione del SISTEMA MIRRORING ovvero dei neuroni specchio. Attraverso le tecniche di neuroimaging hanno potuto riscontrare un forte coinvolgimento delle aree F5 e V5, compresa la corteccia premotoria ventrale e il lobulo parietale inferiore (in modo specifico nelle scimmie). Questi studi dimostrano sempre più come in noi sia attivo sin dai primi momenti di vita un complesso sistema ricettivo di co-partecipazione con l’altro, attraverso cui scopriamo l’esistenza dell’Io, del Tu e del Noi nel Mondo. Esso ci permette di essere soggetti in azione anche quando fisicamente risultiamo immobili. Siamo come dei ricevitori super avanzati capaci di simulazione internalizzata ed esternalizzata, ovvero simuliamo al nostro interno ciò che vediamo ed esperiamo e siamo al tempo stesso in grado di creare simulatori esterni sempre più sofisticati, pensiamo ai computer, ai robot di ultima generazione, ecc… È proprio dando vita a “strumenti” e “canali” che diventiamo in grado di vedere noi stessi e capire chi siamo. Ciò diventa possibile perché non facciamo altro che voler riprodurre all’esterno, nella realtà materiale, ciò che noi siamo internamente, per questo motivo all’inizio della dissertazione ho accennato al fatto che non esiste una linea di demarcazione tra “interno” ed “esterno” ma uso questi termini affinché la complessità dei contenuti espressi sia ammortizzata e questi risultino di più facile comprensione.

Gli studi in ambito psicodinamico, tra intersoggettività e infant research, hanno parlato di funzioni di metarappresentazione e mentalizzazione tipicamente umane che si svilupperebbero grazie ai primi con-tatti del neonato col caregiver (chi si prende cura del bambino). I precursori di queste competenze, fondamenta della teoria della mente, sarebbero 3 secondo lo studioso Baron Cohen: attenzione congiunta (o condivisa), pointing dichiarativo (gesto di “indicare” con funzione comunicativa di condivisione con l’altro di un focus d’interesse) e imitazione (in particolare quella differita). Una relazione sana è caratterizzata da reciprocità, sensibilità e sintonizzazione affettiva caregiver-bambino, in modo che lo scambio comunicativo somigli a una vera e propria “danza conversazionale” (Stern, 1985), questo complesso apparato a forte connotazione affettiva, modellerebbe sia il nostro modo di vedere noi stessi, sia di vedere l’altro, il mondo e questi in relazione. Inoltre, dal punto di vista cerebrale, diverrebbe focale sin dal primo anno di vita, quando a livello neurale hanno luogo i processi di neurogenesi, sinaptogenesi (formazione e stabilizzazione delle connessioni tra neuroni) e pruning (potatura, ovvero le connessioni inappropriate o non utilizzate sono eliminate). Detto ciò, si può intuire in che modo le prime relazioni che abbiamo con l’ambiente esterno influenzino la nostre capacità di meta-rappresentazione, mentalizzazione, teoria della mente, sistema “a specchio” immediate e future, orientino l’immagine di noi stessi e del mondo, inoltre dirigano le nostre azioni e scelte, regalandoci doti uniche, come la capacità di auto-osservazione, immedesimazione, empatia, comprensione, resilienza, ecc…

Essere sempre più consapevoli di come funzioniamo, quindi, ci dovrebbe rendere più responsabili nei confronti di noi stessi, degli altri e della vita in generale. Essere una specie complessa non ci rende migliori, né dominanti, ci dona piuttosto l’opportunità di sentire, capire e comprendere quanto siamo responsabili del processo di adattamento e di quanta strada abbiamo da fare per armonizzarci con la vita che ci circonda e di cui siamo, consapevolmente o meno, portatori e donatori.

Carlotta Cadoni©

PSICOLOGIA SOCIO-CULTURALE: MENTE E LINGUAGGIO PER JEROME BRUNER

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PSICOLOGIA SOCIO-CULTURALE: MENTE E LINGUAGGIO PER JEROME BRUNER

Cos’è la mente e come si forma?

La mente per Jerome Bruner è quell’entità sovraordinata, organizzatrice dell’esperienza e del sé tramite il SIGNIFICATO. Esso è alla base della condotta umana. L’essere umano sarebbe essenzialmente un costruttore attivo di significati, influenzati dalla società, dall’educazione e dalla cultura di appartenenza. Ogni azione umana è dotata di INTENZIONALITÀ, ed è proprio la comprensione di questa a rendere prevedibile il mondo, a guidarci e orientare le nostre condotte.

Il soggetto è un attivo e partecipativo costruttore di conoscenza su di sé, sul mondo e su questi in relazione.

L’impalcatura di sostegno della conoscenza è data da modelli interattivi di azione e relazione abituale che si creano e si stabilizzano all’interno di interazioni routinarie che hanno luogo nei primi contatti tra caregiver e bambino in via di sviluppo. Questi modelli mentali prendono il nome di “FORMAT”, sono dei veri e propri schemi fissi ripetuti in cui l’adulto e il bambino cooperano per uno scopo comune, ovvero quello del mantenimento del con-tatto in varie situazioni ed esperienze come: rituali della pappa, rituali di gioco ( pensiamo al gioco del cucù), rituali della fase di addormentamento, ecc..
FORMAT di ATTENZIONE CONDIVISA e FORMAT di AZIONE CONDIVISA sono basi fondamentali per lo sviluppo della capacità linguistica.
Vi sono tre tipi di rappresentazioni che regolano il rapporto del bambino col mondo e orientano le sue azioni e i suoi pensieri. La rappresentazione è un insieme di regole attraverso le quali l’individuo conserva le proprie interazioni con gli eventi. Nel corso dello sviluppo le rappresentazioni cambiano “forma”. Nello specifico Bruner parla di tre tipi di rappresentazione: esecutiva, iconica e simbolica.
La RAPPRESENTAZIONE ESECUTIVA presente sino al primo anno e mezzo di vita, permette al bambino di conoscere attraverso l’azione, è caratterizzata da una codifica di tipo motorio, basata su percezione, attenzione, manipolazione di oggetti, esperienza pratica per via sensoriale. Non c’è una netta separazione tra soggetto che esperisce e mondo esterno. Uno degli studi effettuati in merito riguarda la suzione non nutritiva, attraverso questo si è evidenziato come la suzione possa andare sotto il controllo volontario, ovvero il bambino può modulare e regolare il ritmo di suzione in certe condizioni. In questo paradigma sperimentale si faceva in modo che ogni qualvolta il bambino aumentava il ritmo di suzione, questo provocasse la visione di un’immagine interessante (volto) posta in uno schermo di fronte a lui.
In seguito è la RAPPRESENTAZIONE ICONICA a guidare e orientare la relazione del bambino col suo ambiente di vita. Presente dal secondo sino al sesto anno di vita circa, permette al bambino di conoscere e pensare attraverso l’immagine. La codifica utilizzata è di tipo osservativo, collegata all’attività imitativa. Si parla prima di IMITAZIONE CANONICA (simile all’emulazione, capacità che condividiamo col mondo animale) e successivamente di IMITAZIONE DIFFERITA (specifica del genere umano, legata al tentativo di riprodurre fedelmente l’azione di un modello cercando di perseguire lo stesso scopo, implica l’attribuzione di intenzionalità e stati mentali epistemici a sé e l’altro riferiti a piani di comportamento), più complessa della precedente. Il piccolo costruisce delle IMMAGINI INTERNE di ciò che vede e di cui fa esperienza. Egli conserva un’immagine della realtà che ha percepito e la usa per gli scopi che intende raggiungere. La rappresentazione iconica è ancora particolarmente legata al dato concreto, e la testimonianza di ciò sta, ad esempio, nel fallimento del bambino in compiti pigetiani di conservazione (ad esempio: vengono messi davanti al bambino, sopra un tavolino due bicchieri, uno basso e largo e un altro a fianco stretto e lungo. Lo sperimentatore versa una data quantità di liquido prima in un bicchiere e poi nell’altro. A questo punto si chiede al bambino se la quantità di liquido presente nei due bicchieri sia diversa o uguale, il bambino legato ancora al PENSIERO DI TIPO PRE-OPERATORIO, risponderà basandosi sul dato concreto che a livello percettivo visivo è evidente, e cioè che l’acqua è maggiore nel bicchiere stretto e lungo rispetto a quella posta nel bicchiere basso e largo, in realtà la risposta corretta è che ovviamente la quantità d’acqua è la stessa in entrambi, cambia solo il modo in cui questa si distribuisce lungo il bicchiere di diversa forma. Il pensiero del bambino, cioè, a questo stadio dello sviluppo cognitivo non concepisce ancora la conservazione del volume/quantità).
Segue la forma più alta e tipicamente umana di rappresentazione, che è senza dubbi quella SIMBOLICA. Presente dal sesto anno in poi, viene sempre meno la dipendenza dal dato concreto per la conoscenza e la comprensione, la codifica è guidata dal simbolo, dal SIGNIFICATO. La forma più rappresentativa è quella data dal linguaggio verbale, attraverso cui si struttura la realtà secondo principi di categorialità, produttività, organizzazione gerarchica. Questo tipo di rappresentazione presuppone lo sviluppo dei due sistemi precedenti.
Tutte le rappresentazioni sono INTERCONNESSE e CONTEMPORANEAMENTE PRESENTI. Dunque, poiché alla base del conoscere, sin dal principio vi è l’AGITO, esso costituisce la base imprescindibile grazie alla quale è possibile la conoscenza.

TUTTO CIÒ CHE IL BAMBINO SA È LEGATO A QUALCHE FORMA DI AZIONE.

Qual è il legame tra conoscenza proto-linguistica e sviluppo del linguaggio?

Secondo Jerome Bruner, l’impalcatura portante perché avvenga la strutturazione del sistema linguistico è costituita dalla relazione con l’altro più esperto, perciò egli è uno dei principali esponenti della TEORIA INTERAZIONISTA sullo sviluppo del linguaggio. Secondo questa, biologia ed esperienza contribuiscono entrambe allo sviluppo linguistico.

Sebbene vi sia di base una predisposizione biologica all’acquisizione della capacità linguistica, l’AMBIENTE è la fondamentale MOLLA ATTIVANTE, E/O FACILITANTE di questa predisposizione (così come sostenuto da Karmiloff- Smith nel 1992 con la corrente del neurocostruttivismo). Bruner, quindi, evidenzia l’importanza del contesto socio-culturale di appartenenza e del ruolo fondamentale che assumono genitori e insegnanti in questo delicato e complesso processo. Essi sarebbero i facilitatori e fungerebbero da SISTEMA DI SUPPORTO PER L’ACQUISIZIONE DEL LINGUAGGIO (LASS). Il concetto di LASS somiglia a quello di ZOPED (zona di sviluppo prossimale) di Lev Vygotskij, secondo cui sono gli scambi sociali e comunicativi con l’altro più esperto ad innescare e incrementare il potenziale del bambino.
Secondo questa prospettiva, lo sviluppo linguistico sarebbe un PROCESSO A FORTE BASE NEUROBIOLOGICA MEDIATO DA FATTORI AMBIENTALI, CONDIZIONATI DA FORMAT DI AZIONE E ATTENZIONE CONDIVISA.
Le INTERAZIONI SOCIALI diventano i PRECURSORI INTERATTIVI DEL LINGUAGGIO.
I FORMAT di azione e attenzione condivisa, menzionati in precedenza, hanno una struttura ben precisa: ricorsiva e pentadica, ovvero formata da 5 elementi tipici della NARRAZIONE e delle STORIE:
1) Attori: inizialmente genitore e bambino;
2) Scena: azioni compiute;
3) Strumenti;
4) Intenzioni;
5) Scopi.

La MOTIVAZIONE alla base dello sviluppo del linguaggio, perciò, è costituita dalla naturale spinta e necessità di dar senso/significato a sé, al mondo e alla loro connessione. La struttura dei format si ricollega inevitabilmente a quella della NARRAZIONE di storie, fatti/eventi. Ciò avviene attraverso un tipo speciale di pensiero: il PENSIERO NARRATIVO.

Cos’è il pensiero narrativo e perché è importante?

Esso è una forma di narrazione mentale di eventi riguardanti azione e intenzionalità umana il cui prodotto è la narrazione. I contenuti di questo sono le azioni umane, le relazioni tra comportamenti, motivazioni e scopi che li guidano, la comprensione delle emozioni, affetti e valori che li orientano. Il pensiero narrativo è tipico del discorso e del ragionamento quotidiano ed è strettamente contesto-dipendente con senso orizzontale di coerenza, è uno stile contrapposto a quello paradigmatico, tipico invece del discorso e del ragionamento scientifico, orientato in senso verticale-gerarchico (sistemista-astratto) basato su norme e leggi generali.
La NARRAZIONE diventa la CHIAVE attraverso cui è possibile far crescere la competenza linguistica nel rapporto che l’individuo ha con l’altro e con l’ambiente.

NELLA NARRAZIONE OGNI COSA TROVA IL SUO POSTO.
Le quattro componenti di questa sono:
1) Agentività: riconosce che le azioni umane sono sempre azioni di qualcuno mosso da intenzioni e scopi;
2) Sequenzialità: ordina e collega gli eventi a livello di sequenze spazio-temporali;
3) Sensibilità: alternanza tra il canonico e lo straordinario delle vicende umane;
4) Prospettiva: punto di vista di chi narra la vicenda.
Attraverso il pensiero narrativo il piccolo riordina i propri vissuti a livello discorsivo e con questi strumenti interpretativi e orientativi egli fa il suo INGRESSO NELLA CULTURA UMANA.
LA REGOLARITÀ DELLE SITUAZIONI INTERATTIVE DI ROUTINE PRECORRONO LA REGOLARITÀ DELLA GRAMMATICA DI UNA LINGUA. La presenza di un SUPPORTO è un fattore di facilitazione nell’apprendimento del linguaggio. L’adulto ha il potere di stimolare il bambino attraverso suggerimenti, lodi e incoraggiamenti per le risposte corrette, correzioni e spiegazioni di quelle sbagliate.

IL GENITORE È IL PRIMO SISTEMA SOCIALE DI SUPPORTO.
A sostegno della teoria di Bruner, soprattutto nel sottolineare l’importanza di un ambiente di apprendimento facilitante e stimolante nello sviluppo delle abilità cognitive del bambino, in modo specifico quelle linguistiche, famosi sono gli studi di Huttenlocker e Raisely, Huttenlocker e Levine (1991-1999).
Il focus della ricerca condotta nel 1995 fu analizzare come il contesto familiare influenzi le capacità linguistiche dei piccoli. La variabile che si prese in considerazione fu lo status socio-economico dei genitori e conseguentemente anche il loro livello di istruzione, e il collegamento di questo con le capacità linguistiche di vocabolario espressivo in bambini di 36 mesi. Fu rilevato come all’età di 36 mesi il vocabolario dei bambini con genitori di status economico medio-alto fosse più sviluppato e ampio rispetto a quello di bambini di genitori con status socio-economico basso, assistiti socialmente attraverso ammortizzatori e sussidi.
La Huttenlocker, in una ricerca del 1991, studiò il livello di correlazione tra il comportamento materno e le caratteristiche linguistiche dei bambini. I ricercatori osservarono, tramite videoregistrazioni in contesti di vita quotidiana, il discorso di madri che si rivolgevano ai loro figli. I figli di madri loquaci, che parlavano loro più spesso, mostravano un vocabolario decisamente più ampio e ricco, all’età di 2 anni questi bambini mostravano nette e significative differenze rispetto ai bambini di madri taciturne e che interagivano poco.
Un altro studio di Huttenlocker e Levine si servì di registrazioni di conversazioni di 22 bambini piccoli con le loro mamme durante le attività quotidiane di routine. Le registrazioni sono state fatte in più tempi, ogni 2-4 mesi tra i 16e i 26 mesi di vita dei bambini. I ricercatori notarono che c’era una grande e significativa corrispondenza tra l’estensione del vocabolario dei bambini e la loquacità della madre. Questi bambini mostravano in media un vocabolario 4 volte superiore per ampiezza rispetto a quello di bambini con madri silenziose. I ricercatori hanno trovato correlazioni positive sopra lo 0.75. Per garantire il controllo della variabile “capacità verbali della madre”, queste erano state testate prima dell’inizio delle registrazioni e queste avevano QI verbali omogenei tra loro.
In una ricerca del 1999 è stata indagata come la sintassi del bambino sia influenzata dal contesto linguistico. Sono stati registrati gli scambi linguistici di 34 genitori e dei loro bambini di 4 anni. La finalità dello studio era determinare la proporzione di frasi complesse con più subordinate pronunciate. Ad esempio: “Sto andando al negozio perché ho bisogno di comprare da mangiare” rispetto a frasi semplici come “Vai nella tua stanza”. Il risultato dello studio fu il seguente: fu riscontrata una relazione significativa tra proporzione di frasi complesse pronunciate dai genitori e quella di frasi complesse pronunciate dai bambini in vari contesti, sia a casa che a scuola.
In un altro studio condotto nel 1999 negli USA, sulla classe americana di asilo 1998-1999 si riscontrò che i genitori che leggevano storie più volte a settimana ai loro figli, con una frequenza media di 3 volte a settimana, avevano bambini con capacità linguistiche migliori. Questo dato fu rilevato dal Centro Statistiche Nazionali del 2000.
Questi studi dimostrano che l’input dei PRIMI DISCORSI ha un grande effetto sullo sviluppo delle capacità linguistiche del bambino a prescindere dalla dotazione biologica di QI (quoziente intellettivo).
Alla luce di tutto ciò, le figure di riferimento nella vita del bambino in via di sviluppo hanno quindi una responsabilità enorme nei suoi confronti: quella di diventare dei facilitatori, dei mediatori, delle bussole per lo sviluppo delle sue competenze presenti e future, non solo in ambito linguistico, ma nel favorire il processo di adattamento in generale. In questo modo l’impalcatura di sostegno (scaffolding) sarebbe utile e indispensabile per la creazione di un’immagine di sé positiva, coerente e stabile, come individuo in costante relazione col mondo e con gli altri, capace, efficace, in grado di raggiungere i propri obiettivi, di stabilire legami affettivi duraturi basati sulla reciprocità, di negoziare e cooperare con l’altro, in grado di sentirsi amato, degno di stima, affetto, in grado di provare un sentimento generale di fiducia verso se stesso, il contesto e il mondo in cui vive.
Ciascun bambino, nella sua innocenza e approccio alla vita è come il seme di una bellissimo albero che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo e fragile di tutti i semi, ma poi, se curato con attenzione, pazienza e amore, cresce e diviene grande e forte, arrivando persino ad abbracciare il cielo con rami tanto lunghi, flessibili e resistenti che tutte le creature ne potranno trarre beneficio, potendosi riparare sotto la sua ombra e vivere della sua luce.

 

Carlotta Cadoni ©

Emozione e cognizione nell’emergenza

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Emozione e cognizione nell’emergenza

“Il fatto psicologico della colpevolezza collettiva è una tragica fatalità. Tutti sono colpiti senza discriminazione, il giusto come il colpevole, tutti coloro che, per un qualunque motivo, si trovano in prossimità del luogo in cui fu perpetrato il fatto spaventoso. Ovviamente, ogni uomo ragionevole e coscienzioso non tradurrà sconsideratamente la colpevolezza collettiva in colpevolezza individuale, che rende l’individuo responsabile senza colpirlo. Egli sarà in grado di distinguere il criminale dal “colpevole collettivo”. Ma quale è la percentuale di individui coscienziosi e ragionevoli, e quanti si impegnano a esserlo o a diventarlo?”
(C. Gustav Jung, Aspetti del dramma contemporaneo, 1945)

 

Marzo 2020, qualcosa di più grande di noi ci travolge, come un grandissimo tsunami sul pianeta Terra, stavolta non è un’onda, non è nemmeno una guerra con bombe e soldati, ma è una malattia onnipresente, cinica, invisibile, che sfrutta la RELAZIONE come rete per annidarsi e colpire.
Era da giorni che volevo scrivere un articolo sulla grave pandemia mondiale che ultimamente sta crescendo a macchia d’olio e sta mettendo in seria crisi la stabilità di persone e intere nazioni. La mia intenzione non è quella di parlare del Coronavirus, ormai se ne parla ovunque: su Internet, in televisione, sui giornali. Il mio proposito è quello di cercare di portare uno spunto di riflessione sull’incredibile inversione di rotta di atteggiamenti e abitudini di vita che sembra rendersi necessaria al fine di uscir fuori da questa tempesta senza troppi danni.

Non vi dirò che andrà tutto bene, come va di moda annunciare, vi dico che certamente molti di noi sopravviveranno a questo momento, ma le ferite e i traumi che si porteranno appresso saranno il reale banco di prova, il conto salato che presenterà questa catastrofe, questa guerra violenta e silenziosa che miete vittime ovunque ogni giorno. I numeri dei contagiati, dei malati e dei deceduti sono impressionanti, questo MALE non risparmia nessuno, nessuno di noi è immune, tutti siamo coinvolti direttamente e indirettamente, tutti siamo preoccupati per la salute e l’incolumità di noi stessi e dei nostri cari.

Questo evento è un durissimo colpo per l’onnipotenza dell’essere umano, colui che cerca di controllare tutto, che crede di avere il pieno potere su se stesso e sul sistema, spesso contribuendo a rovinarlo più che a salvaguardarlo e curarlo.
La moneta è il solo Dio che abbiamo seguito sino ad ora: i conti devono quadrare, gli accordi tra le banche, il debito pubblico, lo spread… Tutti termini che veicolano la nostra quotidianità e che hanno influenzato la nostra vita lavorativa e personale. Abbiamo investito, comprato titoli in borsa per settori altamente redditizi, come quello nucleare, delle armi e del petrolio, ma nel percorso abbiamo peccato di una forma di disattenzione grossolana, di esame di realtà, abbiamo perso ciò che realmente è basilare tutelare: la salute e l’incolumità delle persone. Non abbiamo investito sulla salute, sulla sanità, sulla ricerca, siamo stati schizofrenici e incauti, la nostra smania di potere ha lasciato che il vero MALE potesse non solo nascere, ma svilupparsi e mutare con tutta tranquillità, indisturbato, cauto, silenzioso e paziente. L’esercito potente e letale che schiera la natura è rappresentato dai microbi (batteri, virus ecc…).

Quando nomino la natura, è implicito il fatto che l’uomo vi sia inserito e ne sia in qualche modo artefice e spettatore.
Abbiamo creduto di essere intoccabili, abbiamo pensato che niente e nessuno ci potesse togliere le nostre libertà e i nostri diritti, certi che il pericolo potesse arrivare da culture diverse, da una bandiera politica o da un credo religioso, da un diverso colore di pelle, invece questo qualcuno è un NESSUNO, è un ESSERE SENZA VOLTO, non è un presidente, non è un re o un dittatore, è un qualcosa che condivide con noi tutto, può persino diventare tutt’uno col nostro corpo e tiltarlo sino alla morte, in silenzio e senza alcun spargimento di sangue.
Per evitare che il numero di positivi al virus cresca esponenzialmente in poco tempo e la situazione diventi totalmente ingestibile, i governi del mondo hanno varato misure per diluire e contenere i contagi. Queste sono necessarie affinché la maggior parte delle persone positive al virus che sono sintomatiche possano ricevere le dovute cure ospedaliere, nei dovuti modi e in tempistiche ragionevoli.
Quello che a tutti noi è richiesto veramente è la pazienza e l’evitamento della perdita della fiducia per l’ATTESA. Un’ attesa difficile, angosciante, dalla durata incerta e che giornalmente ci mette alla prova.

L’attesa ci fa precipitare improvvisamente nella dimensione del Vuoto in cui nessuno sa esattamente cosa stia succedendo e si sente travolto da eventi, troppo più grandi di lui, questo pone ognuno di noi in un sentimento di impotenza per cui non sappiamo come comportarci, alcuni reagiscono con difese primitive: negazione, spostamento, proiezione. Questo è il motivo per cui il comportamento di certe persone sembra essere irresponsabile, scellerato, incosciente, sembra non abbiano compreso la situazione di emergenza e la sua gravità, o che semplicemente se ne “freghino”, in realtà questi individui sono quelli psicologicamente più fragili, per cui vedere la realtà così com’è sarebbe per loro scontrarsi con un qualcosa che li porterebbe probabilmente a frammentare il proprio Io, debole ed evidentemente immaturo. Sono ferme ad un livello superficiale di comprensione, chiamato livello proposizionale nel modello SPAARS di Power e Dalgleish. All’interno delle teorie multilivello dell’emozione, in cui viene spiegata la relazione che intercorre tra emozione e cognizione, questi studiosi hanno introdotto nel loro modello dei livelli di elaborazione e processamento delle emozioni in relazione al nostro sistema di pensiero. Il livello più basso è proprio quello proposizionale, chiamato livello del “pensiero emotion free”, ovvero slegato dall’emozione, essenzialmente legato al significato letterale del messaggio ricevuto e nel quale vengono semplicemente immagazzinati modelli del mondo e del sé in relazione ad esso, questo è il solo livello che non è connesso ai sistemi di output delle emozioni e azioni, ciò significa che la persona non è riuscita a comporre tra loro le informazioni provenienti dall’ambiente (livello associativo intermedio) per poterle legare a sistemi di obiettivi personali al fine di creare un modello congruo della situazione attuale vissuta (livello schematico superiore), è proprio a questo livello che si genera l’emozione contestualmente “adeguata” e/o adattiva.

Molte persone stanno perdendo i propri cari, molte stanno lottando attaccati ad un respiratore tra la vita e la morte. In tutto questo calvario che si impone pesantemente sulla testa di tutti noi, a livello globale, si sta riscoprendo un’umanità forse quasi oscurata. Molte persone comuni che normalmente non fanno notizia perché il loro operato viene considerato banale e spesso non è valorizzato a sufficienza, come medici, infermieri, oss, ecc.. si stanno prodigando non solo nello svolgere il loro lavoro, ma nel farlo come missione di vita a difesa della vita. Ciò che probabilmente emerge in questi giorni difficili, è un’umanità che combatte, attiva e ricettiva, non passiva, persone comuni che sono straordinarie.
Ogni giorno nel mondo ci sono persone che soffrono per guerre, catastrofi ambientali, malattie incurabili (cancro, malattie genetiche, autoimmuni ecc..) che combattono una battaglia mettendoci anima e corpo, una battaglia che richiede ingenti risorse di energia. La fonte energetica più potente non è lo spirito di autoconservazione o sopravvivenza, all’uomo non basta poiché è un essere complesso non automaticamente assoggettato agli istinti.

La forza motrice senza cui non sarebbe possibile andare avanti è quella dell’amore. L’amore è la sola forza che ci fa combattere anche quando ci sono mille motivi per arrendersi, l’amore rende liberi di scegliere, determinati nell’affrontare le prove della vita.
Chi ama combatte, sceglie di farlo a prescindere dagli esiti delle proprie azioni. L’amore è uno sguardo di creazione del futuro, è progettualità, è flessibilità, dinamismo, l’amore è visionario poiché attraverso la sua lente possiamo vedere la possibilità, la rinascita, la ricostruzione, l’unione anche in mezzo alle macerie. La lente dell’amore dà colore anche quando tutto ciò che c’è intorno sembra non averne, anche se sembra che la bellezza si sia spenta, anche quando tutti gli sforzi sembrano vani.
Diventiamo strumenti d’amore, diventiamo catalizzatori di visioni, pensieri, azioni e cambiamenti positivi, scegliamo di portare un sorriso, una parola di conforto, offriamo il nostro ascolto a chi ne ha bisogno, scriviamo qualcosa di bello, dimostriamo il nostro affetto ai nostri cari, rendiamo la nostra presenza qua portatrice di speranza, possiamo farlo sia mettendoci in prima linea negli ospedali e nelle strutture sanitarie, sia stando a casa, possiamo sempre dare qualcosa agli altri.

Non sappiamo quando quest’onda violenta che ci sta travolgendo si placherà, quando questa tempesta si assesterà, ma cerchiamo di prenderci cura di noi stessi per poterci prender cura al meglio del prossimo. Non facciamoci prendere dal senso di allarme che ci porta ad agire senza riflettere, come impeto “animale”, non obbediamo come automi alla porzione del nostro cervello più antico, non assoggettiamoci passivamente. Pensiamo con la testa e facciamo che entri in scena anche il cuore che porta il buon senso.
Ciò che voglio dire è che per quanto si possa essere stressati, stanchi, oberati, tristi poiché siamo fragili non dobbiamo assolutamente agire d’istinto, ma dobbiamo cercare di mitigare il nostro stato di malessere e frustrazione concedendoci anche dei piccoli momenti per noi stessi, per auto-osservarci nel pieno rispetto del nostro operato e della nostra esistenza. Dobbiamo essere capaci anche di fare un passo indietro se necessario, o chiedere aiuto, non è affatto segno di debolezza ma l’ammissione cosciente della propria limitatezza umana.
Diamo il Tempo e diamoci Tempo, regaliamoci Possibilità a prescindere da ciò che perdiamo o che perderemo, come: persone care, lavoro, libertà più o meno considerate basilari. La fine di qualcosa non è la fine della vita, cerchiamo di prendere le dovute distanze da questa prospettiva lesiva.

Noi tutti in potenza siamo esseri sempre in grado di fare qualcosa per cambiare, è scritto nel nostro DNA, noi siamo geneticamente predisposti al cambiamento, siamo stati creati per costruire, per inventare, per creare qualcosa di nuovo… Qualcosa di migliore.

 

Carlotta Cadoni ©

IL DOLORE E LA CRISI: TABÙ DEL MONDO CONTEMPORANEO

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IL DOLORE E LA CRISI: TABÙ DEL MONDO CONTEMPORANEO

Questo è un articolo probabilmente impopolare, forse non piacevole da leggere e molto meno informativo dei precedenti. Perché ho deciso di pubblicarlo? Perché penso che anche il dolore e la crisi debbano avere la loro dignità e il loro spazio in un mondo fondato sul mito del self made man, dell’eroe e lustrato dai social, in cui la maggioranza tende a mostrarsi in splendida forma, pronto a partire, a intraprendere avventure fuoriporta, a lavorare in un posto fantastico, sempre intraprendente, indipendente, forte e coraggioso, senza cedimenti. La verità è che questa è una grande menzogna inventata dall’uomo, un uomo evidentemente ancora troppo insicuro e immaturo per guardare in faccia e mostrare il dolore e la sofferenza, incapace di apprezzare la propria natura e ciò che gli sta intorno. Quando siamo felici, abbiamo successo o raggiungiamo traguardi, non vediamo l’ora di dirlo a tutti e condividerlo, anche gli altri si mostrano interessati e partecipi del nostro entusiasmo e ciò che facciamo di bello. Ma quando si spengono i riflettori e il sipario cala rimane l’essere umano, quella creatura fragile e limitata che ognuno di noi è, quella che non sorride sempre, quella che sta male, che si sente frustrata, senza forze, preoccupata, che a volte vorrebbe mollare o abbandonare ciò che fa. Nascondere e tenere il dolore e la sofferenza per sé è un atteggiamento incoraggiato dalle norme sociali in cui siamo vissuti e che hanno veicolato e veicolano l’immagine che abbiamo su noi, gli altri e il mondo.

Le persone che esternano la loro sofferenza sono giudicate spesso come esibizioniste, deboli, con poca dignità, poiché il dolore e le crisi in verità sono ancora un tabù e la maggioranza non è pronta né ad accoglierle, né a trasformarle, né tantomeno è interessata a farlo poiché è dispendioso in termini di energie, bisogna dedicarsi insomma e avere un interesse autentico verso l’altro. Questa società è egoista, narcisista, schizoide e schizofrenica, l’unico spazio di apertura al dolore avviene nel momento in cui diventa merce di scambio e si strumentalizza.

Viviamo in un mondo in cui chi ha una ferita emotiva o soffre viene sovente scoraggiato a mostrarla, se non addirittura schernito, invitato a mantenere il tutto nella propria sfera privata o a pensare “positivo”, a reagire. Trovo indecente, come donna, professionista e operatrice sociale, che chi è portatore di pathos psico-emotivo debba rimanere relegato nella sua sfera o assoggettare il suo sentire a pensieri positivi forzati, artificiosi e indotti da questa cultura sociale deviata. Dobbiamo invece imparare ad aprirci anche alla sofferenza, alla crisi, ai momenti down, imparare ad accettare la loro presenza, a dargli uno spazio per vivere ed essere elaborati.

ANCHE IL DOLORE È VITA E BISOGNA DARGLI SPAZIO, DARGLI RESPIRO, OSSIGENO, IL DOLORE DEVE USCIRE DALLA SUA TRINCEA PER ESSERE TRASFORMATO.

Quando si prova tristezza, frustrazione, senso di impotenza, arrendevolezza, non c’è niente che non va. Se si sta attraversando una crisi per qualche avvenimento passato o presente, è tutto ok. Quello che voglio dire a chi probabilmente starà leggendo queste righe è che anche le emozioni dalle tonalità più oscure sono ok, va tutto bene. Il provare quelle emozioni, o il non provarle per niente, non significa che la totalità di noi stessi diventa quell’emozione o quel vuoto, anche se è esattamente questo che si percepisce con più chiarezza, ma significa che qualcosa dentro di noi spinge per essere considerato, visto ed elaborato. Anche se fa star male, anche se a volte è difficile persino alzarsi dal letto e compiere i gesti fondamentali del quotidiano, anche se non si ha voglia di vedere nessuno, non bisogna mai pensare che questo equivalga alla totalità di sé stessi. Ciascuno di noi è molto più di ciò che sente, pensa ed esperisce, bisogna aver fiducia in questo.
Il presente scritto non vuole essere un ode al dolore né un incoraggiamento alla lamentela, ma l’obiettivo è quello di portare alla luce e riabilitare alla vita anche il dolore, parte integrante del percorso di ognuno di noi.

Se qualcosa vi fa star male, sentite di esser vuoti e/o bloccati, date voce a questo restando anche in silenzio se necessario, fermatevi e non fate nulla, riposatevi, prendetevi cura di voi, scrivete ciò che sentite senza pensarci troppo su, dipingete, suonate, parlate anche con voi stessi, guardatevi allo specchio, sfogliate un album di fotografie, date sfogo alle lacrime, disfatevi di qualcosa, aiutate o ascoltate il prossimo, cercate voi stessi, datevi tempo, datevi l’opportunità di ritrovare e modificate il vostro quadro per riadattare la vostra nuova cornice. L’attraversamento di un dolore, di un periodo di sofferenza, di una crisi, richiede tempo e un notevole dispendio di energie psico-fisiche, un cambiamento dell’immagine di sé come essere nel mondo. La crisi e il dolore sono dei processi più o meno lunghi e complessi, dei processi che hanno il diritto di stare sul piano di esistenza concreta, di essere verbalizzati, rappresentati e condivisi. Ognuno di noi, quando vive una crisi, è chiamato a trovare dei canali e dei modi per renderla visibile, in modo da vedere e conoscere il volto della propria sofferenza.

A volte siamo talmente ossessionati dal trovare le soluzioni che abbiamo come perso la capacità di soffermarci a guardare il problema con calma, dedizione e attenzione. La crisi sconvolge i progetti, i piani, i nostri ideali e implica l’atterraggio, l’attesa. Per essere affrontata richiede un atteggiamento diametralmente opposto a quello perpetrato dall’uomo medio del mondo contemporaneo, individualista, sempre indaffarato, sempre di corsa, incapace di godere veramente del presente e di costruire delle relazioni profonde con l’altro.

La rete di supporto informale delle relazioni amicali, oltre che quella strettamente familiare, ha un’importanza fondamentale poiché può diventare una “pista d’atterraggio” morbida, calda e confortevole. Sensibilizzare a questo chi sta intorno la persona che vive un momento di crisi e sofferenza, può essere un buon modo per fare la propria parte senza mai sentirsi esclusi o evitati.
Chi stabilisce un legame con un individuo in crisi spesso si ritrova a vivere stati di impotenza, si può sentire inopportuno, incapace di intervenire, nonostante la spinta interiore che lo porta a voler aiutare si può ritrovare in uno scomodo stato di immobilismo.

Vi suggerisco una cosa che probabilmente vi stupirà: fermatevi! Insistere su questi pensieri aumenterà esclusivamente i vostri sentimenti di inadeguatezza, accettate e rispettate semplicemente il cambiamento della persona a voi cara, lasciatele spazio fisico e mentale per rinascere, allo stesso tempo non smettete mai di starle accanto, con questo non intendo che dobbiate imporle una vostra prossimità fisica ma intendo darle qualche segnale della vostra presenza, farle presente che può sempre contare su di voi. Spesso sono i dettagli e i piccoli pensieri che sul lungo periodo danno i loro frutti, non abbiate fretta, tutti i processi trasformativi che richiedono un ri-adattamento della dimensione di vita mettono alla prova e sono lunghi, cercate solo di esserne dei facilitatori indiretti.
È fondamentale creare una RETE di relazioni VERE (non fittizie o apparenti) in modo che attraverso questa si possa facilitare se stessi e il prossimo a camminare sul terreno della crisi con adeguato equipaggiamento e amore per la scoperta, attraverso un contatto di reciproco rispecchiamento. Sì, perché la crisi nasconde sempre qualcosa nel suo nucleo, qualcosa che dobbiamo scoprire e che tende a venire a galla con tutte le sue forze.
Ciascuno di noi è come un pezzettino insostituibile di un mosaico in continuo movimento e in costante evoluzione che si muove con onde di forza variabile, a volte queste onde ci colpiscono, altre volte ci trascinano. In questo mare dalla moltitudine di colori e chiaroscuri è normale essere feriti, provati, sporcati nel percorso, fa parte del gioco.
Del resto, “bello” non è sempre luminoso, positivo, eccellente, conforme, “bello” è soprattutto limitato, fallibile, unico, irripetibile.

 

Carlotta Cadoni ©

Prendersi cura di chi si prende cura: il caregiver burden

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Prendersi cura di chi si prende cura:  il caregiver burden

Il percorso di malattia di una persona, conduce i suoi cari al far appello a tutte le risorse cognitive, emozionali e fisiche di cui dispongono, in modo tale da essere dei punti di riferimento e dei donatori di cure a pieno supporto delle necessità, dei bisogni e delle richieste della persona che vive un particolare momento di pathos e sofferenza nella sua vita. La malattia è un evento che sconvolge l’equilibrio e l’omeostasi familiare/informale e necessita di una ri-organizzazione a tutti i livelli: spazi fisici di esistenza che comporta una ri-sistemazione e/o rimozione di arredi, utilizzo “intelligente” di spazi domestici, idoneità dell’ubicazione della casa, rimozione delle barriere, ritmi di vita lavorativi e di sonno-veglia sfasati e irregolari, sviluppo di competenze nell’assistenza della persona, pulizia/disinfezione quotidiana, preparazione dei pasti e controllo del tipo di alimentazione, somministrazione regolare di farmaci, gestione delle eventuali medicazioni, acquisto di supporti e/o di apparecchi medici che ammortizzino la condizione del proprio caro come materassi anti-decubito, sedie a rotelle, deambulatori, apparecchiature per la somministrazione di ossigeno, amministrazione delle finanze e degli interessi economici del malato ecc.. Tutto ciò comporta una vera e propria RIVOLUZIONE, una grande capacità di flessibilità e adattamento, ridimensionamento e riconsiderazione delle progettualità di vita prossime e future, delle aspettative che coinvolgono, in modo più o meno eterogeneo, ogni caregiver impegnato direttamente nei compiti di cura.

La salute è una condizione di ben-essere sistemico a tutti i livelli, personale, interpersonale e sociale più ampio, perché non si può slegare la condizione di malattia di una persona dal contesto nel quale questa viene “ospitata” e vissuta. Dal contesto più micro come quello familiare in senso stretto, al contesto sociale più ampio come quello che riguarda le istituzioni e le forme di aiuto e sostegno formale (servizi sociali, Comuni, ASL, associazioni di volontariato ecc..).

All’interno del nostro sistema sociale, la famiglia assume un ruolo di sostegno fondamentale per il malato, rappresenta un contributo imprescindibile in termini di cura. La prima forma di cura è rappresentata appunto dall’affetto, dal supporto psico-emotivo che i caregivers informali donano alla persona che vive una particolare alterazione, più o meno grave e/o invalidante dello stato di salute.

Chi segue una persona che sta male, è un soggetto esposto a vari rischi dati dalla condizione di stress cronico al quale è sottoposto quotidianamente, dato da disturbi comportamentali, psicologici, fisiologici e dai cambiamenti cognitivi dei pazienti. Questi possono portare i donatori di cure a difficoltà a livello psicologico-sociale e a comportamenti altamente rischiosi per la salute.

Perché il caregiver è così importante?

Perché senza l’aiuto del caregiver, l’individuo assistito non sarebbe in grado di badare efficacemente a se stesso, il caregiving può essere definito come un vero e proprio capitale sociale.
Proseguiamo ora la trattazione approfondendo il costrutto multidimensionale di caregiving burden, il quale viene definito come:
il grado in cui la salute fisica e psichica, la vita sociale e lo stato economico del caregiver entrano in uno stato di sofferenza a causa dell’attività di cura, che richiede tempi, spazi ed energie per essere espletata.
Ad oggi, nel panorama scientifico internazionale, sono stati condotti numerosi studi sul fenomeno e sono stati messi appunto degli strumenti di valutazione standardizzati come il Caregiver Burden Inventory di Novak e Guest (1989), costituito da cinque sottoscale che suddividono il carico della cura in: carico di tempo, carico evolutivo, carico fisico, carico sociale, carico emotivo.
Il caregiving comporta una serie di conseguenze su vari livelli: salute fisica, benessere psicologico, funzionamento cognitivo. Lo stress costante e presente su tempi lunghi a cui il donatore di cure è sottoposto, può condurre a comportamenti poco salutari come la conduzione di uno stile di vita sedentario, una dieta povera, abuso di sostanze farmacologiche, sonno irregolare e disturbato. Inoltre, dal punto di vista più strettamente psicologico, studiosi come Pinquart e Sorensen (2003) hanno messo in luce come il prendersi cura di persone con gravi malattie abbia importante ricadute sull’umore (tendenza alla depressione), sulle funzioni cognitive (deficit di attenzione, velocità di elaborazione e memoria) e sull’immagine di sé come persona efficiente, sensibile e rispondente (senso di adeguatezza connesso con la self-efficacy).

Il caregiver vive in uno stato di costante preoccupazione, elicitata dall’evoluzione delle condizioni di salute della persona bisognosa di cure, questo aumenta i livelli di ansia e di allerta (iperarousal). Anche il livello di consapevolezza che il malato ha del deterioramento e della perdita di alcune sue funzioni, incide negativamente sulla salute di chi lo assiste.
Gli stressor del caregiver possono essere suddivisi in primari e secondari; tra quelli primari ritroviamo la perdita di funzioni fisico-cognitive del malato, l’aumento della frequenza dei comportamenti problematici (insofferenza, bassa tollerabilità, aggressività), ore settimanali impiegate nella cura diretta della persona, lavoro di intermediazione tra le strutture sanitarie e il malato (visite, controlli specialistici, ricoveri); tra quelli secondari vi sono il cambiamento della relazione tra malato e caregiver (es: da relazione genitore-figlio verticale a relazione orizzontale genitore-genitore) e interpersonali tra caregiver e altri parenti, familiari e/o altri membri connessi.
Nella letteratura scientifica esistono numerosi studi che cercano da un lato di individuare gli esiti del caregiving in termini di salute, qualità di vita e benessere e dall’altro di poter individuare quelle variabili che fungono da mediatori del processo e possono portare ad una variabilità individuale sotto forma di differenze di reazione in termini di vulnerabilità e risorse messe in atto per fronteggiare la situazione. Tra le variabili prese in esame possono pesare fattori che riguardano genere, età, grado di parentela, scolarità, etnia, e fattori più individuali di personalità, stili di attribuzione e di coping (fronteggiamento) utilizzati, compresi il senso di autostima e auto-efficacia. Le aspettative di cui è rivestito il ruolo di donatore di cure sono molteplici e pressanti, la persona si trova improvvisamente a dover ri-definire l’immagine di sé, il suo ruolo in più contesti di vita e rivalutare la sua attitudine al successo, che riguarda cioè l’essere in grado di portare a termine tutte le attività connesse ad una buona ed efficace assistenza di una persona in stato di salute compromesso e/o precario. È una continua ri-definizione di identità su più livelli.
In un recente lavoro di ricerca di Costanzo, Tognetti, Crestani e Baratto, si è riscontrato che il grado di caregiver burden riferito dai soggetti esaminati in un centro diurno, valutato con il Caregiver Burden Inventory (CBI), sembra essere associato principalmente a variabili del caregiver quali il genere, l’età e il grado di parentela, e al supporto ricevuto dal care-recipient (chi beneficia delle cure). Le dimensioni di burden che maggiormente influiscono sul carico assistenziale dei caregiver sono: il tempo richiesto dall’assistenza al proprio congiunto, il grado in cui il caregiver si sente tagliato fuori rispetto ai progetti e alle aspettative di vita, e l’impatto del carico assistenziale sulla propria salute fisica.
I caregivers costituiscono una risorsa preziosa per tutti: per le persone in stato di malattia, per l’intera società e per le istituzioni. Certamente sarebbe utile trovare modalità e sistemi che tutelino maggiormente queste figure, che riconoscano fattivamente il loro ruolo e ne facilitino la sua conduzione efficace. È importante preservare e custodire lo stato di salute di chi esercita il caregiving. È necessario che più servizi esercitino azioni di accompagnamento e mediazione, in modo che queste persone non si sentano “abbandonate” a loro stesse, ma guidate, informate, supportate. Prendersi cura quotidianamente di una persona in stato di malattia, è tutt’altro che semplice, come abbiamo visto nella trattazione può risultare talvolta estenuante e sfiancante, poiché richiede l’impiego di molteplici risorse fisiche e mentali.
Perché è così importante proteggere e dar supporto ai donatori di cure?

Perché un buon caregiving non è solo un semplice ammortizzatore sociale ma rappresenta un vero e proprio atto di amore e di coraggio, il combattimento della vita e della bellezza contro la malattia, la solitudine e la sofferenza. Essere un caregiver significa porsi dall’altra parte del muro dell’indifferenza e dell’egoismo, significa scegliere quotidianamente di combattere dure battaglie a prescindere dai risultati o dagli esiti.
Prendersi cura di chi si prende cura diviene allora per tutti un DOVERE non solo sociale, ma anche e soprattutto morale ed etico, il segno tangibile di un’evoluzione dell’umana coscienza.

 

Carlotta Cadoni ©

CHRISTMAS BLUES: ANSIA E TRISTEZZA DURANTE IL PERIODO NATALIZIO

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CHRISTMAS BLUES:  ANSIA E TRISTEZZA DURANTE IL PERIODO NATALIZIO

Clima freddo, buio presto, tante luminarie colorate e addobbi per le strade, la corsa ai regali, le pubblicità magiche della Coca Cola in tv… È il Natale che bussa alle porte!
Quanti di noi si saranno sentiti affascinati e avvolti dal clima di felicità, bontà, unione e condivisione celebrato in questo periodo dell’anno, e quante volte invece si saranno sentiti oppressi e frustrati dall’adeguamento un po’ forzato all’immagine del Natale perfetto che la società consumista e i media propongono da sempre?
Non c’è da stupirsi se affrontare il periodo delle feste natalizie possa essere fonte di ansia e stress per molti!

Quali sono i meccanismi che innescano il Christmas Blues?
Il Natale non racchiude in sé solo la storia personale di ciascuno di noi, ma anche e soprattutto una dimensione, connotazione e definizione sociale. È una festa che porta con sé un’immagine esagerata di buonismo, benessere economico, divertimento e gioia, unione familiare e solidarietà che crea false ed ipocrite aspettative verso se stessi e gli altri. Questa immagine stride con il reale significato del Natale, molto più profondo, che rimanda alla rinascita simbolica e all’uscita dal buio delle nostre “grotte” interiori. La risposta ansiosa e simil-depressiva rappresenta un segnale di rifiuto e rigetto verso tutto questo sistema iper-costruito, che non lascia quasi spazio all’espressione dell’unicità dei singoli.
Il Christmas blues può essere innescato da eventi che mettono alla prova l’equilibrio personale e sociale, come: un lutto, una separazione dal partner o dalla famiglia, una difficile e precaria situazione economica, la perdita del lavoro, una malattia ecc..

Quali sono le conseguenze?
Molteplici, a livello personale e sociale le più comuni sono:
mal di testa, mal di stomaco, tremori, disturbi del sonno, disordini alimentari, pensieri negativi, apatia, anedonia (incapacità di provare piacere), isolamento sociale, irritabilità, aggressività, difficoltà di concentrazione, deficit di memoria.

Come gestire ansia e tristezza nel periodo natalizio?
Ecco qui di seguito alcune “dritte” da tenere a mente:
• Focalizzazione sul presente: l’ideale è fare le cose senza troppe aspettative, dedicarsi ai propri hobby, fare passeggiate alla luce del sole, giardinaggio, pittura o qualsiasi altra attività che stimoli la creatività. Utile anche programmare un viaggio fuori porta, in modo da staccare dalla dimensione della “corsa” quotidiana, ritagliarsi degli spazi mentali e fisici per ritrovare se stessi.
• Sostituire i pensieri negativi e di mutua esclusione del tipo o/o con pensieri positivi e flessibili del tipo e/e; sostituire il “devo fare” con il “voglio fare” o “ mi piacerebbe fare” e non pensare ai risultati.
• Evitare che l’dea del Natale diventi un “chiodo fisso”, un’ossessione che spinge al desiderio di fuga.
• Dimenticarsi ogni tanto di se stessi: provare ad uscire di tanto in tanto dalla sfera personale ed egoica e fare qualcosa per l’altro, volontariato in ambito sociale, sanitario, di assistenza, dedicarsi ai familiari, ai figli, al partner e/o agli amici facendo qualcosa di inaspettato per loro.
• Parlare del disagio che si sente in questo periodo evitando chiusure ed essere aperti ad ascoltare quello altrui in modo che ognuno si senta compreso e accolto, emergeranno i vantaggi e la ricchezza della con-divisione reciproca.

 

In questo modo, ognuno di noi, nel suo piccolo potrà contribuire fattivamente a riabilitare e riportare in vita il vero spirito del Natale, illuminato dai colori della condivisione, del supporto reciproco, del coraggio, della presa di coscienza, della volontà di cambiamento, dei “nuovi inizi”.

Carlotta Cadoni ©

EMPATIA E COMPASSIONE: QUALE DIFFERENZA?

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EMPATIA E COMPASSIONE: QUALE DIFFERENZA?

Il confine di definizione tra empatia e compassione è solitamente confuso e sfumato, inoltre tende ad essere generalmente poco chiaro. La compassione (dal latino cum patior “soffro con”) è legata al concetto di PIETÀ ed è solitamente un sentimento di con-divisione di una sofferenza, per la quale si sente il bisogno di mettere in atto un’opera di alleviamento, più a livello simpatizzante.
Questo concetto è in qualche modo legato a quello di empatia, che nel teatro greco rappresentava il particolare rapporto di intensa partecipazione emotiva tra lo spettatore e l’attore recitante, oltre che essere una tecnica di IMMEDESIMAZIONE utilizzata dagli attori per l’interpretazione dei loro personaggi.
L’empatia è il mettersi “virtualmente” nei panni dell’altro, COME SE si fosse “DENTRO l’altro” e si assorbisse e prendesse la sua prospettiva. Ciò che la caratterizza è l’andare oltre il sentimento di simpatizzazione, e cercare di entrare “dentro” la persona per meglio COMPRENDERLA.
In tutto ciò si esclude ogni forma di simpatia, antipatia, e inoltre vi è la sospensione del GIUDIZIO.
Qual è, quindi, la differenza chiave tra le due?
La differenza sta nella modalità di approccio alla relazione:
la compassione porta alla necessità urgente di rispondere e dare soluzioni immediate e “utili” per risolvere e “tamponare” la situazione di difficoltà e/o sofferenza che l’altro della relazione pone come richiesta direttamente o indirettamente. Chi approccia in maniera compassionevole si sente a “disagio” nel percepire e sentire il pathos dell’individuo con cui si relaziona, e quindi si sente “chiamato in causa” come risolutore. Il provare “disagio” e pietà per la situazione dell’altro si assesta ad un livello relazionale di “superficie”, per cui si pone l’altro ad un gradino “inferiore”, come l’ individuo bisognoso di risposte e aiuto, e l’ascoltatore, in questo caso, è colui che possiede le risposte “giuste” ed è in grado di alleviare la tensione. La relazione è in senso VERTICALE;

l’approccio empatico, invece, già in partenza non presuppone alcuna risposta, l’empatia non dà risposte, né soluzioni o consigli. Essa segue la non direttività, il pathos dell’altro è accolto e accettato, e non vi è alcuna intenzione intrusiva di “soccorso” a tutti i costi. La sofferenza e il dolore sono esperienze umane, e come tali hanno naturale necessità di trovare spazio di espressione. L’empatia permette di entrare a contatto con il mondo interiore dell’altro, senza vederlo come un “problema” da risolvere, quanto piuttosto come una preziosa “opportunità” di conoscenza, introspezione e con-divisione dell’esperienza umana, come momento di arricchimento reciproco. L’empatia dunque diventa un PONTE, un canale attraverso cui connettersi al proprio e altrui vissuto.
Essa trasforma questo “contatto” assottigliando i confini tra le parti e stabilendo una relazione flessibile, dinamica, circolare e ORIZZONTALE. Gli individui che si relazionano sono sullo stesso “piano” in quanto ESSERI UMANI dotati di profonda, misteriosa e feconda interiorità.
In questo senso, quando ci mettiamo veramente in ascolto ed entriamo in empatia col prossimo, mettiamo in campo una forma di conoscenza altamente partecipata, conscia, presente e ricettiva con la MENTE, col CUORE e con la PANCIA.
Questa forma di con-tatto può rappresentare un rischio?
ovviamente, “sporcarsi le mani” è sempre un rischio ma è anche l’unica e principale chiave di conoscenza della realtà dell’esperienza umana nella vita, il RISPECCHIAMENTO CON L’ALTRO DA SÉ permette il ritrovamento di sé attraverso l’altro.
E questo è quello che si intende per esistere, dato che la parola latina “ex-sistere” significa “stare fuori”, il contatto tra esistenze consente di  uscire dal “guscio” trascendendo se stessi come enti dotati in sé di infinite possibilità di realizzazione.
L’ALTRO NON PUÒ ESSERE OGGETTIVIZZATO, altrimenti si rischia di cadere nella trappola della creazione di una sterile, superficiale e “artificiosa” ZOOLOGIA UMANA che poco ha a che fare con la complessità dell’essere-nel-mondo.

Carlotta Cadoni
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BREVI RIFLESSIONI SU PSICOLOGIA, ALCHIMIA E FISICA

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BREVI RIFLESSIONI SU PSICOLOGIA, ALCHIMIA E FISICA

Cos’è la psicologia?
Se rispondessimo a questa domanda dicendo che la psicologia è una scienza e il suo oggetto di studio è la mente e il comportamento umano, probabilmente questa sarebbe la risposta più “giusta” e generalmente accettata, dal mondo accademico e non… In realtà un’affermazione del genere può essere esatta e completa soltanto in piccola parte, non esaustiva e veritiera, persino fuorviante a seconda dell’ambito di applicazione e prospettiva di studio considerata.
Dato che la psicologia è molto ampia, forse sarebbe più corretto dire che è un insieme di scienze e prospettive metodologiche eterogenee che si uniscono tra loro per poter indagare, prevedere e conoscere il comportamento umano e ciò che ne è sotteso (cervello, sistema neurale, funzionamento cognitivo, dinamiche inconsce ecc..).
È auspicabile che la psicologia arrivi un giorno allo statuto di scienza “canonica”?
La risposta che darei a questo quesito è negativa dato che psicologia per sua “natura” può “precedere” le altre scienze e forse è proprio per questo motivo che, fortunatamente e necessariamente, non potrà mai rientrare tra le “scienze esatte”. È una sottile comprensione di ciò che siamo e di cui siamo i portatori consci e inconsci, che ci guida nella curiosità e scoperta di noi stessi e del mondo.
Nella scienza, o in quella pratica che definiamo tale, ancor prima della “vista” come senso e dell’ipotesi come processo cognitivo, c’è “qualcosa” di invisibile che inconsciamente guida la scoperta. È quel mistero immateriale di cui siamo i portatori che ci permette di conoscerci e conoscere.

Potremmo dire che dietro la scienza c’è l’uomo, e l’uomo ha in sé, come ogni elemento del creato, visibile e non, il mistero di una “guida energetica”, una forza intelligente che in qualche modo lo direziona, lo guida e, a livelli di consapevolezza più ampia, può riuscire in parte a manovrare. Questa guida segue la legge dell’ ARMONIA UNIVERSALE.
Per noi umani, questa forza intelligente si esprime attraverso immagini che potremmo chiamare archetipiche. Possiamo dire, a questo proposito, che l’archetipo rappresenta la struttura base attraverso cui ogni forma di esistenza e conoscenza è possibile, un “programma” che si potrebbe definire “DNA psichico”.
La struttura dell’archetipo non è presente solo nell’uomo ma permea il Tutto. È a questo che si rifà la teoria dell’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung; l’archetipo è una potente realtà “slegata” dai rigidi schematismi della dimensione spazio/tempo, essa agisce costantemente su di noi, e noi esistiamo ed esperiamo la vita tramite essa. Ecco emergere più chiaramente i contatti tra psicologia analitica e fisica, e la corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo.
Le forze (la fisica insegna) si muovono seguendo delle direzioni che potremmo chiamare “vettori”. Una forza è caratterizzata da:

  1. intensità;
  2. direzione, ovvero la retta su cui essa agisce;
  3. verso in cui è orientata.

Una forza si manifesta nell’interazione reciproca di due o più corpi, sia a livello macroscopico, sia a livello delle particelle elementari.
Le forze sono, quindi, le cause intrinseche del cambiamento del moto dei corpi: sono in grado di mettere in moto un corpo che si trovava in stato di quiete, possono modificare il movimento di un corpo già in moto, oppure ricondurre il corpo in stato di quiete.
Alcune forze possiedono una struttura tale che il lavoro compiuto su un corpo si possa esprimere attraverso una funzione scalare, chiamata potenziale, dipendente dagli estremi dello spostamento e non dalla traiettoria. Esse sono chiamate forze conservative e ammettono un’energia potenziale.
In fisica, l’energia potenziale di un oggetto è l’energia che esso possiede a causa della sua posizione o del suo orientamento rispetto a un campo di forze. Nel caso si tratti di un sistema, l’energia potenziale può dipendere da come gli elementi che lo compongono sono disposti.
Si può definire l’energia potenziale come la capacità di un oggetto (o sistema) di trasformare la propria energia in un’altra forma di energia, come ad esempio l’energia cinetica.
Se in una regione di spazio sono presenti una qualche forza e un oggetto che è sensibile alla presenza della forza, l’energia potenziale (associata alla forza) posseduta dall’oggetto è definita come la differenza tra l’energia che esso possiede a causa della forza in una data posizione nello spazio e l’energia posseduta in una posizione scelta come riferimento. Spesso nella posizione scelta come riferimento l’energia potenziale è nulla.
L’energia potenziale è definibile come il lavoro necessario a portare a distanza infinita due molecole.
Questo si avvicina al concetto aristotelico di “seme in potenza”. Il seme è una pianta in potenza, cioè è una forma potenziale e non definitiva, che ha in sé tutta l’energia per svilupparsi e trasformarsi in essa. Così vale per l’essere umano, il bambino è il seme in potenza dell’adulto.
Ogni creatura, segue un tèlos nel suo percorso, ovvero tende verso una finalità, uno scopo, un adempimento, il compimento di un’intenzione intrinseca, quella per cui esso è così com’è.
Carl Gustav Jung, ad esempio, aveva riportato tutto questo nella sua prospettiva di approccio alla psiche umana, che lui stesso definiva come “empirista”, introducendo il concetto di individuazione. L’individuazione sarebbe lo scopo, la finalità, il compito di vita a cui ciascun essere umano tende necessariamente in quanto tale. Più che un obiettivo da raggiungere, l’individuazione è in realtà un processo a cui tendere in modo perpetuo volto all’avvicinamento dell’Io al nucleo psichico più profondo e ancestrale, il . L’archetipo del Sé rappresenta la totalità psichica, la trascendenza e l’unione degli opposti.
L’individuazione non a caso può essere spiegata, metaforicamente, attraverso le fasi di trasmutazione alchemica della Grande Opera: nigredo, albedo, rubedo.
Spesso, o quasi sempre, purtroppo, la variabile interveniente più importante nello studio di qualsiasi fenomeno è proprio quella più trascurata e ignorata, ovvero l’uomo stesso, l’osservatore del fenomeno.

In meccanica quantistica si suole affermare che “l’osservatore crea la realtà”.
L’ esperimento della doppia fenditura di Young mette in luce il dualismo onda-particella nella materia e dimostra come l’osservatore influenzi la realtà.
Se partiamo dal presupposto che gli esseri umani sono sistemi compositi di fotoni, l’atto stesso di osservare scatena il collasso della funzione d’onda e muta la struttura concreta della composizione del corpo.
In sostanza, potremmo dire che la COSCIENZA ORIENTATA è il FATTORE X che viene trascurato in tutti gli esperimenti, ma che spiega la maggioranza degli effetti osservabili.
Questo porta ad una straordinaria scoperta: ogni volta che osserviamo il mondo subatomico, ne provochiamo un’ alterazione.

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Data questa prospettiva, verrebbe da mettere seriamente in discussione la tanta millantata “oggettività” degli esperimenti scientifici data dal controllo delle variabili prese in esame per lo studio dei fenomeni, e anche qualsiasi principio di causalità.
Generalmente gli scienziati cercano il “motivo” di qualcosa, la causa di una manifestazione fisica… Ma avete notato che nelle parole “motivo”, “causa”, “conseguenza”, “legge” lo scienziato attribuisce già, inconsciamente, dei giudizi di valore al fenomeno in esame? La parola “legge” ad esempio, è un giudizio di valore, che poco ha a che fare col fenomeno in sé e che MOLTO ha a che fare con l’osservatore.

La VARIABILE REGINA che non consideriamo, e che incide fortemente sul fenomeno studiato siamo NOI STESSI e come siamo fatti.
Noi, come umani, sappiamo molto poco sulla nostra specie e su di noi come individui, inoltre ci impegniamo molto poco nell’approfondire questa conoscenza.
Dove c’è causa, noi ipotizziamo un inizio, un’origine, e se questo inizio in realtà non esistesse? Se Tutto ciò che siamo e che esperiamo non fosse altro se non il frutto di un mutamento perpetuo e necessario all’intero processo?
Dalla fisica sappiamo che tutto segue un “moto”, attraverso forze di varia intensità, direzione e verso; queste si organizzano seguendo “armonie” di vibrazione. Ogni cosa ha in sé sia la struttura della particella che l’andamento dell’onda e ogni essere cambia e si muove in modo spontaneo. Quando un sistema raggiunge l’apice del movimento caotico, automaticamente si ri-organizza in una struttura sempre più elaborata e complessa della precedente. Ne deriva che ogni forma esistente è “destinata” naturalmente ad una perpetua trasformazione che segue, però, sempre un’ “armonia” della totalità a cui tende, attraverso quella che potremmo chiamare energia potenziale.
Si potrebbe dunque intuire che, semmai una legge esistesse, sarebbe una e valida per ogni forma di vita, cioè la LEGGE DELL’ARMONIA, tutto sarebbe come un enorme e sconfinato spartito musicale.
È proprio questo l’assunto a cui molto probabilmente erano già arrivati gli alchimisti al loro tempo. Nell’antica alchimia non c’era separazione tra materiale e immateriale, e tutto seguiva un processo di trasformazione, detto TRASMUTAZIONE.
Noi “moderni” abbiamo invece creduto che la materia fosse solo esclusivamente quello che potevamo osservare direttamente, ma evidentemente c’è tanto altro.
Una cosa è certa: sino a che non avremo un po’ più chiaro cosa sia l’essere umano, potremo fare tutte le più grandi scoperte del mondo ma forse non arriveremo mai a comprendere ed abbracciare le cose in maniera cosciente e capirne l’importanza. Ecco perché l’evoluzione esteriore dovrebbe essere accompagnata da un’evoluzione interiore, poiché non esiste divisione tra le due.
Forse, dovremmo essere più umili e critici verso ciò che produciamo, e più curiosi verso il mistero che noi stessi siamo e di cui siamo i portatori.
Inoltre, seguendo l’assunto che ogni esistenza si trasforma in modo perpetuo cambiando forma ma mantenendo la sostanza, in realtà, ogni scoperta nuova che facciamo lo è veramente?
Non possiamo saperlo attraverso la ragione, ma quasi certamente no.
Non c’è mai nulla di completamente e puramente “nuovo”, “vergine”, “inedito”.
C’è con tutta probabilità, invece, un’infinita possibilità di rinnovazione dell’esistente in relazione all’esistito. È esattamente ciò che succede anche nella nostra psiche, le immagini archetipiche mutano di epoca in epoca poiché soggette, nella forma, alle influenze di un dato spazio/tempo, ma l’archetipo che le sottende resta immutabile di epoca in epoca.
Lo stesso vale per il corpo biologico e le leggi del DNA alle quali siamo imprescindibilmente vincolati. E questo può essere il paradosso dell’esistenza in un corpo che si è fatto materia “densa” ad una certa vibrazione.

Già riuscire ad afferrare ciò, è un grande passo avanti, ma ancora c’è tanto su cui riflettere…
Dar vita a cose antichissime in un’epoca nuova significa creare. È la creazione del nuovo, ed essa mi redime. Il compito è partorire ciò che è vecchio in un tempo nuovo. L’anima dell’umanità è come la grande ruota dello zodiaco che rotola sulla via. Ogni cosa che arriva in costante movimento dal basso verso l’alto, una volta era già in alto. Non c’è parte della ruota che non ritorni. Perciò tutto ciò che è stato tornerà a riaffiorare, e quello che è stato sarà di nuovo.
(Carl Gustav Jung. Il Libro Rosso, p.311)

 

Carlotta Cadoni
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L’OSSESSIONE: AUTO-DISTRUZIONE E SCELTA

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L’OSSESSIONE: AUTO-DISTRUZIONE E SCELTA

Uscire dal tunnel dell’ossessione è come uscir fuori da un meccanismo uroborico di auto-distruzione, un meccanismo verso cui si sviluppa spesso una sorta di “sindrome di Stoccolma”. La prigione che ci siamo costruiti è, per certi versi, comoda, confortevole, ci fa sentire più sicuri. In realtà ci annichilisce. Anche se ne siamo gli artefici e architetti, col tempo finisce per svilupparsi come essere che prende vita propria e che tende a schiacciarci e renderci schiavi.

prigione
L’ossessione è una creatura della nostra mente che, se “nutrita”, può arrivare a influenzare, inquinare e intaccare totalmente i nostri processi cognitivi, le nostre emozioni, le nostre percezioni. È fortemente “accentratrice”, ovvero tende a far girare tutto il moto cognitivo ed emotivo attorno a sé, annullando le nostre capacità auto-osservative e rendendoci impossibile il “virare” verso altri “orizzonti”. Un aspetto che la accompagna spesso, infatti, è la PARALISI DECISIONALE ovvero l’incapacità di prendere una decisione chiara, tempestiva e metterla in atto con efficacia.
Nel caso dell’ossessione qual è l’elemento che paralizza la presa di decisione e le relative azioni ad essa connesse?
Il “rimuginio mentale”, la RUMINAZIONE. L’ossessivo non è incapace di prendere decisioni di per sé poiché non è in grado di valutare le situazioni, i problemi e/o i contesti, ma è l’esatto contrario! Per tenere a bada l’ansia e la paura, per sentirsi più forte e sicuro, l’ossessivo ha necessità di vagliare con cura e meticolosità ogni aspetto di ogni probabile decisione che prenderà, questo ovviamente richiede un lavoro cognitivo e un impiego di energie di elevatissima entità che lo impegna e lo assorbe totalmente a tutti i livelli.
La molla principale del moto ossessivo risiede nella ricezione di conferme poiché è orientato fortemente al raggiungimento dell’obiettivo. Raggiungere l’obiettivo permette, a breve termine, di abbassare l’arousal di matrice ansiosa/angosciosa, cosicché le azioni messe in atto che hanno ricevuto un feedback positivo di conferma, saranno quelle ripetute con insistenza anche in futuro poiché risultate efficaci e “utili”. È facile, così, entrare all’interno di un circolo vizioso che si auto-alimenta e dal quale poi risulta difficile uscire.

ossessione

L’ossessione è spesso associata a disturbi dell’umore o fobico-ansiosi ed è basata su forti tendenze all’ordine e al CONTROLLO, per questi motivi è accompagnata da COMPULSIONI nella condotta. La compulsione diventa uno strumento necessario di “catarsi”, un impulso irrefrenabile per cui il soggetto si trova “costretto” ad agire automaticamente per porre fine all’ansia, o meglio, all’angoscia di annientamento.
Gli effetti dell’ossessione potrebbero essere rappresentati da un importante senso di SOFFOCAMENTO. Essa soffoca la libera espressione dell’essere, che viene totalmente sacrificata in favore della costruzione di una solida PRIGIONE DI SICUREZZA fatta di fuggevoli e brevissimi momenti di “sollievo” meccanici.
È possibile il cambiamento?
La risposta è sì, il cambiamento e la trasformazione sono le uniche certezze della vita.
Il cambiamento rappresenta un’inversione di tendenza, un cambiamento di rotta, e si deve primariamente “sentire” e “agire”. Quando non siamo in armonia con noi stessi infatti siamo soliti dire, non a caso, “Non mi SENTO bene”. Per ristabilire l’equilibrio, il nostro baricentro, è necessaria una buona dose di “NON PIETÀ” per sé stessi, una persona che vuole aiutarsi e spingersi in un altro “punto” di equilibrio deve essere “spietata” con se stessa, deve persino arrivare ad auto-sabotarsi, se necessario.
Gli stati depressivi, e/o ansiosi, o rabbiosi che accompagnano il vortice ossessivo sono tutti sintomi dello spostamento del nostro punto di equilibrio precedente che, evidentemente, ha bisogno e richiede di essere ri-stabilito. Per far ciò non è possibile continuare a costruire il sé personale nel punto ove aveva luogo il vecchio equilibrio che risulta mortifero, stagnante e alienante, ma è necessario spostarlo e ristabilirne uno nuovo.
Come riuscire a venir fuori dalla gabbia che ci siamo creati?
Quando si vivono dei momenti di difficoltà che sembra portino via tutte le energie necessarie per pensare e sentire, quando si arriva a non avere più speranza, a sentirsi impotenti e in balia degli eventi, bisognerebbe avere il coraggio di “abbandonarsi”.
Abbandonarsi non significa arrendersi o diventare passivi, ma significa DARSI UNA POSSIBILITÀ, darsi il tempo per maturare le risorse necessarie al cambiamento, significa avere la forza di lasciare che le cose accadano e che abbiano il loro corso “naturale”, significa mettere in pratica un vero e proprio ATTO DI “FEDE” verso sé e la vita, significa accettare l’ignoto, l’imprevedibile e il non programmato, semplicemente accogliendolo senza opporre alcuna resistenza, significa “attraversarlo”, accettare di averne paura, accettare la propria fragilità amandola e rispettandola. Per preservare l’esaurimento della propria energia psico-fisica si può SCEGLIERE di non contribuire a far nascere e alimentare vortici nocivi di pensieri ed emozioni ricorrenti che potrebbero trascinare il proprio essere alla deriva.
Il salto nel vuoto compreso nell’abbandono fa sì che questo vuoto sia spazio in cui tutto è possibile, dove ogni cosa può nascere.

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IL VUOTO È SPAZIO DOVE IL SILENZIO PARLA, ASCOLTA, E CREA.
L’ATTO DI FEDE È UN GRANDE ATTO DI FIDUCIA E DI AMORE, È LA PIENA CONSAPEVOLEZZA DI POTER SCEGLIERE DI AGIRE NELLA PROPRIA VITA COME PROTAGONISTI.

 

Carlotta Cadoni
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La legge dello specchio: coscienza e anima

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La legge dello specchio: coscienza e anima

“Anima mia, dove sei? Io parlo, ti chiamo…Ci sei? Sono tornato, sono di nuovo qui. Ho scosso dai miei calzari la polvere di ogni paese e sono venuto da te, sono a te vicino, dopo anni di lunghe peregrinazioni, sono ritornato da te.

Vuoi che ti racconti tutto ciò che ho visto, vissuto, assorbito in me? Oppure non vuoi sentire nulla di tutto il rumore della vita e del mondo? Ma una cosa devi sapere : una cosa ho imparato, ossia che questa vita va vissuta. Questa vita è la via, la via a lungo cercata verso ciò che è inconoscibile e che noi chiamiamo divino. Non c’è altra via. Ogni altra strada è sbagliata.

Ho trovato la via giusta, mi ha condotto a te, anima mia. Ritorno temprato e purificato. Mi conosci ancora? Quanto a lungo è durata la separazione! Tutto è così mutato. E come ti ho trovata? Come è stato bizzarro il mio viaggio! Che parole dovrei usare per descrivere per quali tortuosi sentieri una buona stella mi ha guidato fino a te? Dammi la mano, anima mia quasi dimenticata. Che immensa gioia rivederti, o anima per tanto tempo disconosciuta! La vita mi ha riportato a te. Diciamo grazie alla vita perché ho vissuto, per tutte le ore serene e per quelle tristi, per ogni gioia e ogni dolore. Anima mia, il mio viaggio deve proseguire insieme a te. Con te voglio andare ed elevarmi alla mia solitudine”.

(Carl Gustav Jung, Libro Rosso, pag. 232)

 

«Noi sopravvalutiamo terribilmente la coscienza[…]

so che la coscienza è per l’uomo la conquista più grande ma ciò non altera il fatto che in alcuni casi non ha alcun valore … perciò l’atto di pensare a una cosa consciamente non significa necessariamente che quella stessa cosa vi abbia toccato… È come se io dicessi a qualcuno: “C’è un piccolo cobra nella sua tasca” e quello si limitasse a rispondere molto serenamente: “Si tratta di questo, dunque, ma che cosa interessante!”. Un uomo di questo genere pensa di essere consapevole, ne è assolutamente convinto, ma in realtà non metterebbe mai la mano in tasca se capisse che cosa vorrebbe dire avere lì un cobra … raggiungerne il fondo … è un compito lungo e spaventoso».

(Carl Gustav Jung. Visioni. Appunti del Seminario tenuto negli anni 1930-1934, p. 91)

 

 

“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo. L’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo. Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco. Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di avere vinto.”

(Giordano Bruno)

 

 

La vita è una corsa, una folle corsa in cui pensiamo sempre al prossimo obiettivo da raggiungere, e non siamo mai contenti, mai soddisfatti e mai veramente presenti. I sentimenti, le emozioni sembrano passare in secondo piano, come degli orpelli inutili e superficiali. Non sappiamo più gioire delle cose semplici, non diamo importanza ai gesti nel nostro quotidiano, alle meraviglie che vediamo, alle persone che incontriamo. Siamo iper-connessi e chiusi nel nostro guscio, ogni cosa che non faccia parte di ciò che vogliamo avere al momento o in un futuro è considerata come un ostacolo da eliminare piuttosto che come opportunità da cogliere e integrare. La verità è che tutti possiamo costantemente usufruire di una moltitudine di “vetrine” che il magico mondo della “rete” mette a disposizione, ma invece che trasformarci in piccoli ragni che tessono la propria tela per connettersi al prossimo, siamo sempre più simili a delle mosche che vi restano disgraziatamente impigliate, pronte per esserne inglobate, inghiottite. Ma ci siamo soffermati per un attimo a chiederci a cosa ci porterà tutto questo? Dove vogliamo andare? Ci limitiamo ad esporre un’immagine di noi falsificata, abbellita, mostruosamente deformata per auto-convincerci che noi andiamo bene, che la nostra vita è bella e divertente, che abbiamo sempre ciò che vogliamo… Ma è davvero così? Siamo più bugiardi o più stupidi?

La verità è che gli esseri umani sono dei “simulatori” che hanno necessità del Grande “gioco di specchi” per capire se stessi e il mondo circostante. Il rischio, al giorno d’oggi, data la sovra-esposizione deviata alla simulazione, è rappresentato dal rimanere intrappolati nell’illusione che il “riflesso” sia la reale totalità dell’essere.

Ognuno di noi è portato a creare la propria realtà, il mondo esterno in cui viviamo è uno specchio nel quale è riflessa la forma solida della nostra immagine e contemporaneamente la nostra Ombra. Siamo chiamati ad imparare a “vedere”, ciò significa sviluppare uno sguardo obliquo interno volto ad osservare e comprendere emozioni, eventi, processi, connessioni, questo è il solo ed unico veicolo terreno, la sola via per stimolare la trasformazione e l’evoluzione della realtà del mondo, creato a nostra immagine e somiglianza.

Il mistero della vita ci comunica, attraverso l’altro, come siamo. Esso si regge sulla base della “Legge dello specchio” o “Legge dell’analogia” per cui ciò che è all’esterno di noi è come ciò che sta dentro noi, e non vi è alcuna distinzione o separazione tra essi, tutto è collegato, è Uno. Questa legge è intrinsecamente connessa all’anima (alla mortalità, all’esistenza terrena, al dinamismo emozionale) e alla presa di responsabilità, “riflette” il meccanismo della vita e il procedimento della natura per cui ogni cosa è perfetta e trova la sua realizzazione perché connessa col flusso vitale. Nel momento in cui vediamo nell’altro il nostro specchio, consentiamo allo spirito di manifestarsi in noi (il Padre, l’eterno, la rettitudine, il limite, l’orientamento, la guida). Ciò si può ritrovare anche negli scritti cristiani, quando il Cristo afferma “Ama il prossimo tuo come te stesso” o “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” esprime esattamente la legge della similitudine per cui tutto è uno, io sono l’altro e l’altro sono io. Da ciò ne deriva necessariamente che ognuno di noi attrae quello che ha dentro.

Il “caso” è un concetto artefatto prodotto dalla “Legge dei contrari” che è la principale via di visione del mondo che aderisce alla ragione e all’accettabilità sociale, condivisa, incoraggiata e protratta dalla maggioranza degli uomini. La legge dei contrari, è stata creata dall’uomo per aiutarsi nella formulazione di “categorie mentali” utili a dare “ordine” al caos del mondo. Essa è stata formulata come scialuppa di salvataggio per l’angoscia umana dell’annientamento e del Vuoto. Questo ci fa sentire più sicuri, meno in balia del fato, neghiamo il vuoto e il fluire della vita per poterla spiegare e prevedere meglio, arriviamo persino a negare e ignorare parti di noi stessi. L’altro (può essere una persona, un evento, un oggetto) è visto come estraneo da sé, come una potenziale minaccia, come causa esterna dei propri mali e vicende personali. Neghiamo la nostra Ombra e ci portiamo indietro il nostro (sempre più pesante) “sacco tossico” perdendo di vista la creazione del significato, del telos intrinseco alla vita.

Per segnare l’ubicazione dei luoghi e le direzioni sulla nostra mappa, procediamo non prestando attenzione al percorso! Noi non vediamo affatto il percorso, siamo troppo impegnati a disegnare la nostra mappa e creare la nostra bussola per orientarci, però non sappiamo dove mettiamo i piedi e il nostro sguardo è cieco! Per evitare il vuoto creiamo il caos!

Attraverso la “Legge dello specchio” non procediamo più alla cieca; essa ci permette di poter conoscere e riconoscere il percorso, guardandolo, passando attraverso esso senza evitarlo, accettando il vuoto, l’imprevedibile e il mistero. Ogni elemento vitale che risiede in esso è anche in noi, attraverso esso ci conosciamo, e conoscendoci impariamo naturalmente ad orientarci, semplicemente aderendo al flusso vitale.

Ognuno è chiamato a tendere verso la totalità (individuazione) anche se nell’esistenza terrena e limitata non potrà mai raggiungerla. Sta qui il compito di ciascuno di noi ed è qui che il “percorso” diviene di fondamentale importanza, più che la meta.

Il Tutto è un Grande Gioco.

 

 

“Devo accostarmi all’anima mia come uno stanco viandante, che nulla ha cercato al di fuori di lei. Devo imparare che dietro a ogni cosa da ultimo c’è l’anima mia, e se viaggio per il mondo ciò accade in fondo per trovare la mia anima. Perfino le persone più care non sono la meta e il fine della ricerca d’amore, ma simbolo della nostra anima.”

(Carl Gustav Jung)

 

Il “rispecchiamento” era conosciuto sin dai tempi più antichi, ed era un vero e proprio canale dell’agito, attraverso cui si potevano modificare o si poteva entrare a contatto con parti inesplorate dello “spirito” e conoscenza universale senza tempo, con la realtà archetipica che vive dentro noi, nell’inconscio collettivo (così denominato da C.G. Jung). Guardarsi allo specchio non è una pratica nata per essere utilizzata superficialmente dando attenzione e importanza esclusiva alla propria immagine corporea, bensì fa parte di un’antichissima tecnica utilizzata persino dagli sciamani dell’America Centrale e dell’ Asia Nord Orientale per annullare il pensiero cosciente rivolto a Sé, annientare il senso di sé personale, altrimenti detto “Ego” o “Presunzione costruita” o “Conoscenza artefatta”.

Qual era il fine?

Si dice che lo specchio aiutasse lo sciamano a “vedere il mondo”, ad essere massimamente centrato e presente. Il termine manciù “panaptu” indicante lo specchio, ha origine dalla parola “pana” che significa “anima”, “spirito”, con più precisione “Anima-ombra”.

Guardando lo specchio lo sciamano può vedere riflessa l’anima del “morto”, entrare in “estasi” attraverso il contatto con il VUOTO creatore ed accedere alla memoria del tutto. Per fare esperienza del Vuoto è necessario fermare la propria mente, prendersi una pausa in modo naturale e guardare con occhi fissi e immobili. Il Vuoto è uno spazio, e il nulla ne è una sua dimensione.

Analoga simbologia dello specchio può essere ritrovata, esposta in forma antropomorfa, nella mitologia classica. In particolare, è interessante mettere in luce la figura della dea Gorgo, il cui volto è simile a uno specchio/maschera per chi, con terrore, osa fissarlo. Le Gorgoni erano divinità femminili degli abissi marini e terrestri, dimoravano lontane dagli dei e dagli uomini, al di là del confine col mondo degli inferi, in cui si udivano le grida dei morti. Gorgo dimora nel mondo infero. Ella sorveglia le frontiere del regno di Persefone e il suo compito è quello di impedirne l’accesso ai vivi. Il vivo che desideri varcare la soglia deve guardarla in faccia e diventare come lei: una testa mostruosa e tenebrosa, un’ombra o un riflesso su uno specchio: una testa di morto.

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Gorgo rappresenta l’alterità di questo mondo, la Notte, la Morte, il Numinoso, l’Estasi della possessione infera. Nessun essere umano può guardare Gorgo senza morire. In essa, nel suo volto, come nello specchio, s’incrociano e si confondono gli opposti: maschile e femminile, giovane e vecchio, umano e divino, celeste e infernale, vita e morte ecc..

Gorgo è simbolo dell’uscita dall’ego e dell’accesso all’Altrove, possibile mediante la trance estatica.

Proprio come uno specchio, la maschera di Gorgo riflette colui che, guardandosi si sdoppia, diviene altro da sé, qualcosa misterioso, oscuro, come un’ombra o un fantasma. Attraverso lo specchio, ci si ritrova, purché ci si divida, si appaia a se stessi come estranei, altri.

Lo specchio è illusione, apparenza, e al tempo stesso la realtà dell’Altrove.

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“[…]Così il mondo finisce per l’individuo che ha riconosciuto l’illusione del mondo. È anche l’idea orientale che attraverso la comprensione si trovano le radici della sofferenza che giacciono nel fuoco della bramosia, e se vengono negate o sradicate, il mondo, nella misura in cui l’individuo crea il mondo, si ferma; se l’individuo si ferma e si ritira nel Nirvana, il mondo rappresentato da quell’individuo finisce. Quindi lo specchio è ovviamente una funzione di conoscenza del Sè.”

(C.G.Jung, “Visioni. Appunti del Seminario tenuto negli anni 1930-1934, p.524)

 

Ogni specchio è una porta sull’Altrove.

Per ritrovare se stessi occorre perdersi.

 

Per l’essere umano ciò significa perdersi nell’Altrove e nel Numinoso attraverso il femminile, l’anima, la donna. Dobbiamo combattere e aprirci per ri-sentirci responsabili della vita che è in noi, soltanto in questo modo ri-avremo il potere creatore e consapevole per modificarla ed esserne i protagonisti. La nostra crescita può avvenire in modo meno traumatico e distruttivo se impariamo a riconoscere e accostarci alla nostra Anima, a darle voce e respiro, per ascoltarla ed esserne testimoni nella vita pratica. In quest’ottica nessuno è più vittima sacrificale di un’esistenza dura, imprevedibile e senza senso che, spesso, ci ferisce e per la quale ci sentiamo in balia di un “destino” crudele e ineffabile.

“Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”

(Carl Gustav Jung)

 

Carlotta Cadoni

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